Il «sogno della Gestapo»… e di Lenin

di Riccardo De Benedetti in Sadiana

È una chiosa al carattere essenzialmente sadiano della nostra epoca, o quantomeno della “sua” politica, presente in un passaggio di Eric Voegelin particolarmente pertinente. Non l’ho, purtroppo citato nel libro “sadico”. Qui ho l’occasione di farlo prolungando alcune riflessioni contenute nel libro in grado di fornire, credo, una chiave per la sua lettura.
Voegelin discute la genealogia delle passioni di Helvétius, autore conosciuto da Sade che lo qualifica come “profondo”, e le conseguenze che la sua concezione della felicità e della virtù comportano. Rileva la profonda influenza che ebbe su Bentham e sul suo Panoptique e cita lo stesso Bentham in quanto diretto prosecutore di Helvétius:
«Se si potesse trovare un metodo per diventare padroni di tutto ciò che possa accadere ad un certo numero di persone [situazione tipicamente sadiana: il bondage esteso a organizzazione sociale pervasiva], per sistemare ogni cosa intorno a loro così da dare l’impressione desiderata, rendendoli sicuri delle loro azioni, delle loro relazioni [è la condizione in cui si trova l’oggetto delle pratiche sadiche e che viene letta dai sadici come sottomissione fiduciosa e totale affido; legare il partner, previo accordo, significa per il sadico garantirgli sicurezza relazionale… la propria ovviamente] e di tutte le situazioni della vita, così che niente possa sfuggire, né possa opporsi all’effetto desiderato, non può esservi dubbio che un simile metodo sarebbe un potentissimo e utilissimo strumento che i governi potrebbero applicare a vari scopi della massima importanza».
Voegelin, nel citare la pagina di Bentham, ha in mente gli “scopi della massima importanza” che caratterizzano sia il «sogno della Gestapo» sia quello di Lenin che in Stato e rivoluzione a sua volta scrive:
«Quando la maggioranza del popolo procederà ovunque essa stessa a questa registrazione e a questo controllo dei capitalisti (trasformati allora in impiegati) e dei signori intellettuali che avranno conservato ancora delle abitudini capitaliste, questo controllo diventerà veramente universale, generale, nazionale e nessuno potrà in alcun modo sottrarvisi: non vi sarà via di fuga, né “alcun luogo dove andare”. L’intera società sarà un grande ufficio e una grande fabbrica con uguaglianza di lavoro e di salario».
Voegelin conclude:
In Lenin, come in Bentham, vediamo all’opera l’immaginazione sadica che formula delle circostanze tali da lasciare alla vittima la sola scelta tra la sottomissione e il suicidio. Il legislatore si aspetta che le vittime si “abituino” alle condizioni e infine si sentano libere nella loro rete. Male che vada sarà la generazione successiva, “cresciuta in condizioni sociali nuove, libere” (Engels), che acquisterà l’abitudine di sentirsi priva di oppressioni e felice nel nuovo mondo.

La linea Helvétius-Sade-Bentham-Lenin è ancora tutta da esplorare. In Voegelin, benché rilevi l’ “immaginazione sadica”, manca Sade. Ho cercato, per quanto consentito dai miei mezzi, di collocare adeguatamente il Divin Marchese nel posto che gli è proprio. Potrebbe gettare un poco di luce sul nostro attuale paesaggio politico-morale.
Le citazioni sono tratte da E. Voegelin, Dall’illuminismo alla rivoluzione, Gangemi, Roma 2004, p. 94.

In libreria «La chiesa di Sade. Una devozione moderna». Per i tipi delle edizioni Medusa

di Riccardo De Benedetti in Sadiana

Cosa si riduce nel nostro tempo?

di Riccardo De Benedetti in Non collocabile altrove

Reinhart Koselleck, nel 1979, in Futuro passato, indicava lo «spazio dell’esperienza» e l’«orizzonte delle attese». Nel 2008 facciamo già fatica a parlare dell’esperienza e delle nostre aspettative usando termini come spazio e orizzonte. Trovo limitativo descrivere questo processo in termini di riduzione, contrazione, restringimento. Userei cancellazione. Ma allora alla domanda: «cosa si cancella nel nostro tempo?» esperienza e attesa non costituiscono più l’oggetto di una risposta plausibile. Se qualcosa nel nostro tempo si cancella questo è molto ma molto più delle nostre esperienze e attese. Proviamo a chiamarlo l’umano?

Piero Stefani e la «buona novella» della ragione

di Riccardo De Benedetti in Teologemi

Per quanto ne riporta Sandro Magister, le critiche di Piero Stefani a Ratzinger, comparse su un recente numero de ilFoglio» (non quello di Ferrara) si possono chiosare in più di un modo, a motivo della prestanza teorica del suo discorso. Mi hanno colpito due osservazioni di Piero che fanno parte di quella «filosofia spontanea» di un certo discorso teologico che andrebbe sciolta e spiegata preventivamente se non vuole giocare il ruolo della semplice idée reçue.
Ratzinger prospetta «una fede necessariamente agganciata a una concezione della ragione incapace di reggere alla critica del pensiero moderno». Mi domando, a quale pensiero moderno fa riferimento Stefani? Se la critica alla ragione è quella dei limiti kantiani Ratzinger è tutto all’interno di questa critica, non è al di fuori. Certo che se la critica è quella nietzscheana le cose divengono più complicate, ma in questo caso Ratzinger salva la ragione da qualcosa che tutti noi dovremmo temere: la sragione e l’incanto dell’inumano che si trasforma in disumano (non oltreumano).
Un altro motivo di riflessione me la fornisce questa frase: «la ricerca razionale per sua natura non è legata a nessuna ‘buona novella’ che le giunge dall’esterno». Ma cosa proviene dall’interno di una ricerca che si alimenta di se stessa e di nient’altro? E a questo punto di quante buone novelle dispone davvero il mondo moderno? Tutte in parallelo, senza mai incroci? Quella che si legge oggi sulle pagine del «Corriere» a proposito del creatore di chimere assomiglia a Frankenstein, per esempio.

Il ricordo di un vero «scientista» e dei suoi corsi universitari

di Riccardo De Benedetti in Non collocabile altrove

Anno accademico 1975-1976, Facoltà di Lettere e filosofia, Università degli Studi di Milano, cattedra di Filosofia della scienza, prof. Ludovico Geymonat. Il corso di quell’anno era dedicato all’«Epistemologia di Bachelard». Ho ricordi precisi della faticosa eleganza con cui Geymonat portava alla bocca la sua sigaretta mentre mi scrutava in attesa che dicessi qualcosa di sensato durante l’esame. La sua vecchiaia mi sembrava straordinaria, il suo pensiero meno… ma solo perché di Bachelard aveva criticato la parte dedicata alla “metafisica” della rêverie, che allora leggevo avidamente.
Nell’esercitazione correlata al corso Roberto Maiocchi tenne lezioni dedicate a «Fisica e convenzionalismo». In questo momento ho le dispense sotto gli occhi, ciclostilate e sempre più stinte dal tempo. Il primo capitolo era dedicato ad «astronomia matematica e astronomia fisica». Leggo e cito in questa giornata che per la cultura italiana non saprei definire se più stupida e insensata o catastrofica:

Ad accogliere il moto della Terra unicamente quale ipotesi matematica fruttuosa spingeva la prefazione anonima al libro di Copernico, opera del teologo luterano Andrea Osiander. Questi afferma che compito dell’astronomo è quello di ricavare la storia dei moti celesti da diligenti osservazioni e quindi di escogitare cause ed ipotesi […] Ma non è necessario che le ipotesi siano vere, anzi nemmeno verosimili, bensì è sufficiente che il calcolo si accordi con le osservazioni […] Questo atteggiamento non può essere visto semplicemente come il frutto di una mentalità conservatrice: l’idea della Terra in movimento era stata respinta non solo perché in contraddizione con una concezione ben radicata dell’uomo, del mondo, di Dio, ma anche in base ad argomenti fisici. Per l’esperienza dell’uomo comune è inimmaginabile l’idea di essere in movimento costantemente […] il principio di relatività galileiana afferma che è impossibile decidere, sulla base di esperienze meccaniche compiute all’interno di un sistema fisico qualunque, se esso sia in quiete o in moto rettilineo uniforme. Questo principio demolisce gli argomenti di Tolomeo […] se è vero che Galileo sgombra il campo delle obiezioni tolemaiche, è anche vero che, così facendo, non porta una prova a favore del moto della Terra. Infatti se un tolemaico non può affermare, in base al principio di relatività, che la Terra sta ferma compiendo esperimenti meccanici rimanendo su di essa, lo stesso principio ci vieta di affermare che la Terra ruota. […] È da sottolineare, infine, che nella sua azione contro Galileo, gli esponenti più aperti della Chiesa (in particolare i Gesuiti) non assunsero un atteggiamento di rifiuto immotivato del copernicanesimo ma, riprendendo la posizione di san Tommaso, si rifugiarono nel tentativo di svalutare tale teoria a semplice strumento matematico. È famosa, a questo proposito, la posizione del Cardinal Bellarmino […] Pierre Duhem potrà affermare, alla luce delle proprie convinzioni epistemologiche, che i più recenti progressi della fisica hanno dimostrato che: «La logica era dalla parte di Osiander, Bellarmino e Urbano VIII e non dalla parte di Keplero e di Galileo, che i primi avevano capito l’esatta portata del metodo sperimentale, mentre i secondi in questo si erano ingannati» [P. Duhem, Essai sur la notion de théorie physique de Platon à Galilée].

Per gli ottant’anni di Paolo…

di Riccardo De Benedetti in Non collocabile altrove

… De Benedetti, lunedì Amos Luzzatto, Piero Stefani hanno parlato di un tema di Avvento: «ciò che tarda avverrà», titolo di un libro di Paolo.
Non so se ho inteso tutto correttamente. Qualcosa sfugge sempre in queste occasioni. A tardare nell’Avvento è il Messia e tarda anche per coloro, i cristiani, che il Messia lo hanno alle spalle, perché già venuto. In che cosa l’avvento di Colui che è già venuto si mostra diverso dal Messia che non è ancora venuto? A questa domanda non è stata data alcuna risposta… e le domande, come ha detto Piero Stefani, sono spesso più importanti delle risposte… E poi, ciò che verrà sarà davvero come lo si attendeva e lo si annunciava; o nell’attesa c’è qualcosa che svanisce? Ciò che tarda potrà mai venire come lo si attendeva o irrimediabilmente l’attesa lo modifica? Ho il sospetto che non potrà mai essere come quando l’attesa iniziò. E l’attesa è davvero così diversa tra chi ha alle spalle il Messia e chi l’ha di fronte? Entrambi si logorano nell’attesa, a molti sfugge il motivo, addirittura, di questo logorarsi e guardandosi indietro o guardando avanti di poco si attenua in entrambi la nostalgia di ciò che pareva immediato e già sul punto di realizzarsi. O forse dovremmo chiamare quella nostalgia speranza?

Benedetto XVI cita la Scuola di Francoforte

di Riccardo De Benedetti in Teologemi

Andrà letta e riletta questa citazione. Anzi, è il senso stesso della presenza in un’enciclica di Th. Adorno e Max Horkheimer a dover essere compreso. Benedetto XVI cita dalla Dialettica negativa, forse il testo più arduo e filosoficamente difficile della loro produzione.
Credo che a essere messa in seria discussione, comunque la si voglia interpretare all’interno della Spe salvi, sia una certa persistenza dell’heideggerismo tra la teologia cattolica (e protestante). È un po’ come se Benedetto XVI stesse avvisando il pensiero teologico che nel confronto tra fede e ragione è meglio utilizzare i materiali della critica dialettica al progresso piuttosto che i mitologemi dell’heideggerismo. Mitologemi la cui lontananza dal cristianesimo sono peraltro confermati, in idioma italico, dalla pubblicazione presso Adelphi dei Contributi alla filosofia di Heidegger, il famoso brogliaccio inedito e semiesoterico che doveva testimoniare i primi effetti della Khere dopo il fallimento di Essere e tempo.
Se così fosse, non sarebbe una scelta di poco conto, soprattutto per un Papa tedesco, sulla cui immagine intellettuale, ancorché volutamente poco chiara ai suoi critici recenti, viene addossata la pesantezza della tradizione teologica tedesca e il suo tortuoso misticismo, inteso come un vero e proprio protonazismo reazionario.
Insomma, in questo frangente è meglio andarsi a rileggere la Scuola. Bisogna tornarci su.

Le opinioni di Hitler sulla religione

di Riccardo De Benedetti in Voegeliniana

Riassumibili in un monismo primitivo derivato dal libro l’Enigma dell’universo (1901) del darwinista sociale Ernst Haeckel. Voegelin cita alcuni brani presenti nell’edizione inglese delle Conversazioni a tavola con Hitler e non compresi in quella tedesca. Era la fine del 1944 e Hitler così spiegava la congiuntura religiosa del mondo:

Il dogma della cristianità si logora di fronte ai progressi della scienza … Tutto ciò che rimane è dimostrare che nella natura non esistono frontiere tra organico e inorganico. [Quindi, riduzione finale a un fondamento materiale] Quando la comprensione dell’universo [in quanto elemento che ha origine dalla materia] si sarà diffusa, quando la maggior parte degli uomini saprà che le stelle non sono fonti di luce, ma mondi, forse mondi abitati come il nostro, allora la dottrina cristiana sarà relegata al rango di assurdità [avendo ovviamente considerato in questo caso la dottrina cristiana alla stregua di un’immagine della Genesi, concepita qui in modo totalmente fondamentalista] … L’uomo che vive in comunione con la natura si ritrova necessariamente in opposizione a tutte le Chiese, ed ecco perché queste sono votate al fallimento, perché la scienza è destinata a vincere.

Voegelin cita da Hitler’s Table Talk, 1941-1944, trad. Norman Cameron e R.H. Stevens, Weidenfeld and Nicolson, London 1953, pp. 59-61; la citazione è in E. Voegelin, Hitler e i tedeschi, trad. di Maria Teresa Craveri, Medusa, Milano 2005, pp. 100-101. L’eco delle parole di Hitler è udibile ai nostri giorni, chiaro e distinto senza alcun rumore di fondo che non sia l’ignoranza e la falsa coscienza.

Noticina corsiva al testo di Darwin

di Riccardo De Benedetti in Non collocabile altrove

Al di là della storia del testo citato, del suo ruolo all’interno del canovaccio che poi produsse l’Origine delle specie, vi compaiono informazioni apparentemente laterali sulle quali è caduta la mia attenzione. Innanzitutto quella «guerra nascosta che esiste nella natura», indica una consapevolezza ineguagliata di cosa sia la Natura. Non vi è alcun spazio bucolico, nessuna trama disneyana da raccontare, nessun happy end: morte carestia e rapina. Una triade criminale difficile da dimenticare. Solo allora nascosta? Neppure tanto, e comunque nascosta agli occhi di una cultura, di qualche poetica, non certo all’osservazione. Capita anche oggi che lo sguardo sulla Natura sia velato… nonostante Darwin e i darwinisti… anzi, qualche volta grazie a loro… penso.

Il darwinismo necessario

di Riccardo De Benedetti in Non collocabile altrove

L’unico che può rispondere all’affermazione del Rapporto dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa secondo il quale, a tener fede al resoconto che ne fa il «Corriere della sera» di oggi [p. 17], il creazionismo è insidioso non tanto per l’insostenibilità delle sue tesi quanto perché indica nel darwinismo una teoria tra le tante e non la Dottrina, è Darwin medesimo:

Dalla morte, dalla carestia, dalla rapina e dalla guerra nascosta che esiste nella natura possiamo vedere che si è generato il più alto bene che possiamo concepire: la creazione degli animali superiori. Indubbiamente il concepire leggi capaci di creare organismi individuali, ciascuno caratterizzato dalla più squisita rifinitura e dagli adattamenti più estesi, trascende in un primo momento le nostre umili facoltà. Meglio si accorda con [la nostra modestia] la scarsezza delle nostre facoltà, il supporre che ciascuno richieda il fiat di un creatore; ma nello stesso modo l’esistenza di tali leggi dovrebbe esaltare la nostra nozione dei poteri del Creatore onnisciente. [C. Darwin, L’origine delle specie. Abbozzo del 1842. Comunicazione del 1858 (Darwin-Wallace), Boringhieri, Torino 1968, p. 84]

Ma se si arriva a tanto è perché, come scriveva Giorgio Colli, nella premessa all’edizione citata dell’Abbozzo di Darwin, a imperversare è l’ottimismo moderno che nega, frettolosamente, «che l’esistenza possa mai porre un problema all’individuo come tale, problema che tuttavia rimane, e in sostanza è metafisico». Che poi il darwinismo serva a combattere razzismi ed eugenetica, tant’è che considerarlo La Dottrina è un dovere della democrazia, come sempre sostiene il rapporto, è tesi che quanto meno tralascia quel tanto di darwinismo che Hitler aveva assorbito partecipando anch’esso all’ottimismo moderno.
Il titolo che il «Corriere» fornisce al lettore non solo dimentica l’apporto del darwinismo al razzismo e ai programmi eugenetici ma rovescia sulle fedi creazionistiche l’accusa di minacciare i diritti umani.