La vita è una buona cosa e per di più è un dono
Mercoledì, Luglio 1st, 2009
Questa volta il post di Marco Baldino lo cito interamente:
Che la vita sia una cosa buona è da dimostrare, più ancora del fatto se questa sia un dono oppure no. È un buon dono? Il fatto che nessuno dei viventi riesca ancora a scegliere di venire al mondo fa della vita un dono? Tutt’al più un prestito, un prestito non richiesto e, per di più, scadente (Verfall). Ma se dono dev’essere perché non alzare la posta? Se questo dono è di tanto il più grande valore, così grande che non se ne può pensare uno maggiore, allora quanto più grande sarà la gloria nel rinunciarvi? Non è questo che rende l’esistenza umana gloriosa? Addirittura santa, nell’epoca del negativo senza impiego? Il sacrifico di sé? Forse i suicidi, questo alberi maledetti e infruttuosi, così abbondanti in questa provincia di chiese, non sono forse la forma poststorica dei grandi santi, dei martiri, dei combattenti senza speranza? Noi ci gettiamo dal ponte di Tartano come i santi affrontavano il martirio, come gli eroi combattenti affrontavano l’assalto sotto il fuoco nemico sull’altopiano di Asiago. Ma anche nel caso del prestito non richiesto, non potremmo restituire, con un gesto splendido, questa elargizione volgare?
Intanto andrebbe tolto quell’ancora. Se c’è un dato ontologico insuperabile della condizione umana è questo: con qualsiasi strumento si forgerà la vita sarà sempre a opera di qualcuno di diverso dal soggetto che assumerà la consapevolezza della sua vita, di quella particolare vita che gli è propria e sulla quale solo può discutere senza determinarne la decisione iniziale. Quindi, comunque vadano le cose mai la vita sarà totalmente nella disponibilità piena del soggetto o di ciò che ne resta.
Il prestito è già cosa che rende meglio la situazione. Ma il prestito istituisce una vera e propria economia, non come il dono che la distrugge o ne reimpiega le risorse in altro modo. Non richiesto? Purtroppo è così: non lo scegliamo noi e quanto alla sua qualità, beh, la cosa è ancora più intricata. Ma l’amico Marco va oltre: se il dono ha davvero un valore così alto quale gloria maggiore verrebbe dal rinunciarvi? Dal dono e dal prestito, però si passa, alla gloria che è cosa ben diversa e che a rigore poco vi ha a che fare. Si può lottare con la vita, aspramente, e forse si deve. Lì, eventualmente, vi sarebbe gloria per il vivente. Ma la restituzione del dono non implica di per sé stesso né il riconoscimento del valore ricevuto (l’economia del dono essendo in pura perdita e quindi al di fuori del valore), né tantomeno il suo rilancio. A differenza di Marco credo che la dissimmetria radicale introdotta da una vita che ci è data senza che si possa obiettare alcunché non possa essere emendata attraverso il rifiuto della vita stessa. Non vi è alcuno splendore nella restituzione del dono, almeno non nel senso dello ristabilire la simmetria dissolta: visto che non ho scelto di venire al mondo se me ne vado di mia sponte allora prendo possesso di ciò che in verità non è mai mio, cioè la possibilità di determinare quando entro nel gioco, e in questo modo pareggio i conti. Credo sia un’altra forma di quel negativo senza impiego che non mi pare entusiasmi Marco.