La vita è una buona cosa e per di più è un dono

Questa volta il post di Marco Baldino lo cito interamente:

Che la vita sia una cosa buona è da dimostrare, più ancora del fatto se questa sia un dono oppure no. È un buon dono? Il fatto che nessuno dei viventi riesca ancora a scegliere di venire al mondo fa della vita un dono? Tutt’al più un prestito, un prestito non richiesto e, per di più, scadente (Verfall). Ma se dono dev’essere perché non alzare la posta? Se questo dono è di tanto il più grande valore, così grande che non se ne può pensare uno maggiore, allora quanto più grande sarà la gloria nel rinunciarvi? Non è questo che rende l’esistenza umana gloriosa? Addirittura santa, nell’epoca del negativo senza impiego? Il sacrifico di sé? Forse i suicidi, questo alberi maledetti e infruttuosi, così abbondanti in questa provincia di chiese, non sono forse la forma poststorica dei grandi santi, dei martiri, dei combattenti senza speranza? Noi ci gettiamo dal ponte di Tartano come i santi affrontavano il martirio, come gli eroi combattenti affrontavano l’assalto sotto il fuoco nemico sull’altopiano di Asiago. Ma anche nel caso del prestito non richiesto, non potremmo restituire, con un gesto splendido, questa elargizione volgare?

Intanto andrebbe tolto quell’ancora. Se c’è un dato ontologico insuperabile della condizione umana è questo: con qualsiasi strumento si forgerà la vita sarà sempre a opera di qualcuno di diverso dal soggetto che assumerà la consapevolezza della sua vita, di quella particolare vita che gli è propria e sulla quale solo può discutere senza determinarne la decisione iniziale. Quindi, comunque vadano le cose mai la vita sarà totalmente nella disponibilità piena del soggetto o di ciò che ne resta.
Il prestito è già cosa che rende meglio la situazione. Ma il prestito istituisce una vera e propria economia, non come il dono che la distrugge o ne reimpiega le risorse in altro modo. Non richiesto? Purtroppo è così: non lo scegliamo noi e quanto alla sua qualità, beh, la cosa è ancora più intricata. Ma l’amico Marco va oltre: se il dono ha davvero un valore così alto quale gloria maggiore verrebbe dal rinunciarvi? Dal dono e dal prestito, però si passa, alla gloria che è cosa ben diversa e che a rigore poco vi ha a che fare. Si può lottare con la vita, aspramente, e forse si deve. Lì, eventualmente, vi sarebbe gloria per il vivente. Ma la restituzione del dono non implica di per sé stesso né il riconoscimento del valore ricevuto (l’economia del dono essendo in pura perdita e quindi al di fuori del valore), né tantomeno il suo rilancio. A differenza di Marco credo che la dissimmetria radicale introdotta da una vita che ci è data senza che si possa obiettare alcunché non possa essere emendata attraverso il rifiuto della vita stessa. Non vi è alcuno splendore nella restituzione del dono, almeno non nel senso dello ristabilire la simmetria dissolta: visto che non ho scelto di venire al mondo se me ne vado di mia sponte allora prendo possesso di ciò che in verità non è mai mio, cioè la possibilità di determinare quando entro nel gioco, e in questo modo pareggio i conti. Credo sia un’altra forma di quel negativo senza impiego che non mi pare entusiasmi Marco.

Liberi davanti alla propria vita

Leggo nel blog di un amico questa frase: «la bella sensazione di essere liberi davanti alla propria vita». Credo sia pensiero illusorio e sottilmente eterogenetico. O meglio, trattasi, alla lettera, solo di libera sensazione. Quel tipo di libertà è una illusione coltivata a distanze più o meno regolamentate dall’ideologia moderna con efficace modulazione (in altre parole: ce n’è per tutti i gusti). Prevede, come minimo, due livelli: quello in cui la libertà davanti alla propria vita, qualsiasi cosa possa significare di concreto, si riduce alla rappresentazione politica di questa libertà; ogni tentativo di riforma sociale pone se stessa come una sorta di backup incrementale della libertà di fronte, cioè disponibile, al singolo e in realtà ampiamente programmata per il collettivo. L’altro livello concerne il singolo di fronte a se stesso, concepito come assoluto; come apparente e fantasmatico polo decisionale, al “libero” manifestarsi del quale nulla oppone maggior resistenza della cattura politica della volontà. In entrambi i casi si tratta di più o meno pure sensazioni di libertà, gioco di sensibilità e sue rappresentazioni economicamente efficaci. Non certo della libertà in quanto tale che in questa forma non esiste neppure in ciò che resta dell’immaginazione.

Uscite dalla caverna

È l’ultimo libro di Hans Blumenberg, ora disponibile in italiano pubblicato da Medusa. Ultimo pubblicato, e anche ultimo suo scritto. L’importanza di Höhlenausgänge è difficilmente sottovalutabile. Tanto per coloro che ancora devono finire di fare i conti con il significato di secolarizzazione e di ciò che comporta, quanto per il resto a cui il disincanto mostra lati non ancora pienamente assimilati.
Il libro è fluviale, insintetizzabile, per quanto possa essere considerato la sintesi del pensiero di Blumenberg. Quattro anni di lavoro del traduttore, il bravo Martino Doni, con il contributo dell’attento Giovanni Leghissa, hanno permesso la coraggiosa pubblicazione di un testo di ben 640 pagine a opera dell’altrettanto coraggiosissima casa editrice diretta da un vero colto e appassionato come Maurizio Cecchetti. Credo sia una delle pubblicazioni più importanti dell’anno per quanto riguarda il discorso filosofico, anche se dubito che verrà adeguatamente sottolineato tra chi conta di cavarsela con il poco assordante che si trova in libreria di questi tempi. Tra un plagio, una riedizione e l’ennesima chiosa a margine di Heidegger ben poco rimane in Italia dell’editoria filosofica. In esergo a Höhlenausgänge Blumenberg ha posto una riga di Franz Kafka, tratta dalla pagine del suo diario del 24 gennaio 1922: «La mia vita è l’esitazione della nascita». Trovo lo stesso termine, esitazione, nello splendido discorso di ringraziamento per il premio di prosa «Sigmund Freud» conferito ad Hans Blumenberg nel 1981, dal titolo Nachdenklichkeit e tradotto con Pensosità da Lea Ritter Santini e pubblicato come plaquette al libro terzo di «in forma di parole» nello stesso anno. Ne cito solo un piccolo paragrafo:

Nella esitazione non si trova alcun piacere della funzione, ma si sarebbe potuto trovare il piacere dell’indugiare nel forzato rinvio dell’azione. Ogni nuovo spazio conquistato di sicurezza protetta avrebbe permesso di ampliare l’ambito di questo profitto di piacere. La vita richiede utilità, però concede ai suoi favoriti l’esperienza della libertà dallo scopo. È da qui che nasce ogni civiltà. Già nelle sue manifestazioni più primitive, negli ornamenti come nella decorazione sugli oggetti d’uso, è contenuto il gesto dell’acquisto della libertà dallo scopo, della sospensione dell’economia. Dall’esitazione come momentanea perplessità, come pura utlizzazione di un rinvio, può nascere la condizione che ha un valore di vita diverso da quello dell’esame delle scelte.

Uscite dalla caverna è un lungo commento agli effetti del mito platonico sulla nostra cultura.

Una variazione sul tema «la vita è sogno» (dopo Shelley)

L’ho ritrovata in un vecchio numero di quella bella rivista che fu «in forma di parole», diretta e tutta attraversata dalla forza culturale di Gianni Scalia. È un testo brevissimo di Mark Twain, sì quello di Huckleberry Finn e di A Connecticut Yankee in King’s Arthur Court, un umorista (sic) di quelli che è meglio non chiamarli così anche perché a seppellirci ci pensa lui non le sue risate. Per non parlare di quanto sia scrittore per ragazzi (!?!).
Il testo si intitola N. 44 Mysterious Stranger e il protagonista non è Tom Sayer ma Little Satan, il nipotino del demonio che si rivolge direttamente a Dio in questo modo:

[…] tu sei esistito senza compagni, per tutte le eternità. Strano davvero! che tu non abbia sospettato che il tuo universo e tutto ciò che conteneva erano solo sogni, visioni, finzioni! Strano, perché sono così francamente e istericamente folli, come tutti i sogni: un Dio che poteva fare i propri figli così facilmente buoni come cattivi, ma che preferì farli cattivi; che poteva averli resi felici tuttavia non è ha reso felice nessuno; che ha fatto loro apprezzare la loro pur amara vita, ma meschinamente gliel’ha data molto corta; che ha dato ai propri angeli una eterna felicità immeritata, ma ha richiesto agli altri suoi figli di meritarsela; che diede ai suoi angeli vite senza dolore, tuttavia maledisse gli altri suoi figli con acuti tormenti e malattie del corpo e della mente; che proclama giustizia e ha inventato l’inferno, che proclama misericordia e ha inventato l’inferno. Proclama regole auree e il perdono moltiplicato per settanta volte sette, e ha inventato l’inferno; che proclama costumi morali per gli altri, e non ne ha lui stesso; che disapprova i crimini, tuttavia li commette tutti; che ha creato l’uomo senza invito, poi tenta di sbarazzarsi della responsabilità delle azioni dell’uomo verso l’uomo, invece di trovarla dove deve essere, cioè in se stesso; e infine, con ottusità tutta divina, invita questo povero schiavo oltraggiato ad adorarlo!…

In poche righe è sintetizzata tutta la rivolta moderna e post nei confronti di Dio. È un esergo meravigliosamente completo di tutto ciò intorno a cui si dovrebbe meditare e a cui dare risposte e rilanciare domande. Ma ne siamo ancora capaci? Siamo consapevoli davvero che Little Satan è ormai un qualsiasi acculturato medio, un buon professionista che non ha neppure più bisogno di leggere Twain per pensarla come lui? Svanita la drammaticità del dialogo satanico resta la prosa dimessa e tortuosa delle legislazioni, delle norme a tirare le debite conclusioni. E l’invidia degli angeli, un tratto davvero raggelante di quel testo, lascia il posto alla rincorsa per occuparne il posto. Ma anche questo è nulla di più di un sogno. Little Satan chiude così:

È vero, quello che ti ho rivelato: non c’è Dio, né Universo, razza umana, vita terrena, paradiso né inferno. È tutto un sogno, un sogno folle e grottesco. Niente esiste, solo Tu. E tu non sei che un Pensiero, un pensiero vagabondo, un pensiero inutile, un pensiero vagante, che erra derelitto fra le vuote eternità.

Ho citato da «in forma di parole», anno VIII, numero 4, ottobre-novembre-dicembre 1987, pp. 82-84. Il fascicolo era interamente dedicato al «pensare la fine» con testi di Max Picard, Max Beerbohm, Arthur Symons, Marcel Schwob, Walter Pater, Henry James, John Ruskin, James G. Ballard, Matthew P. Shiel. Quello di Mark Twain era tradotto e anticipato da una riflessione di Guido Fink.

Quando si dice una perifrasi…

Un post di Marco Baldino in ricordo di Franco Volpi… Vattimo vivente.

Le estasi (o le stalle) di Augias

Leggo nella recensione che «il Foglio» di oggi fa del libro a quattro mani di Augias e Vito Mancuso (Disputa su Dio e dintorni) questo inserto à la Bataille dello stesso Augias:

Una volta, allo zoo, ho sentito fortissima la tentazione di abbracciare il povero corpo peloso, lubrico, inconsapevole di uno scimmione, e che lui abbracciasse me, annullando in tal gesto di goffa fraternità i milioni di anni che ci separano.

Se è per questo nel film Una poltrona per due John Landis destina a una sorte più o meno simile lo spione dei Duke & Duke.

Addendum
L’esperienza zoofila nelle pagine di Georges Bataille è abbastanza diffusa. Una, non la sola, è descritta in Dossier dell’occhio pineale, databile 1930. Confrontata a quella di Augias va notata la sua “drammaticità”, molto più consapevole delle conseguenze filosofico-antropologiche di quell’abbraccio. La “goffa fraternità” chiamata in causa da Augias è un pallido rivestimento evoluzionistico di un’esperienza che Bataille viveva oltre i limiti del discorso filosofico razionale con una certa sincerità. Drammatica sincerità. La riporto parzialmente da Critica dell’occhio (p. 86, Rimini 1972), dove è stata pubblicata per la prima volta da Guaraldi per la cura di Sergio Finzi:

D’altronde mi sarebbe stato impossibile parlarne esplicitamente, esprimere fino in fondo ciò che avevo sentito così violentemente all’inzio del 1927 (e che mi accade ancora di risentire in maniera acuta) altrimenti che parlando delle nudità di una sporgenza anale di scimmia, che un giorno di luglio dello stesso anno allo Zoological Garden di Londra mi ha sconvolto fino a gettarmi in una specie di abbrutimento estatico. Oggi che scrivo, ciò che immagino dell’occhio pineale raggiunge, nel corso di un certo turbamento, una brutalità di erezione così terrificante che non posso immaginarmi l’enorme frutto anale crudo di carne rosa raggiata e merdosa (quello che mi ha tanto colpito a Londra) altrimenti che come un’ignobile testa che fracasserei con un colpo di ascia con un han rantolato nel profondo della gola.

Nicoletta Tiliacos scrive di come una generazione passi dal cambiare il mondo alla morte

Lo fa in un articolo sul numero di oggi del «Foglio» continuando la discussione sul suicidio di Roberta Tatafiore.
Le offro un documento ulteriore. A volte citato ma mai, che mi risulti, trascritto e pienamente compreso. È l’arcifamoso concerto ad Hyde Park del 18 agosto 1969 che i Rolling Stones offrirono in memoria di Brian Jones. Il concerto venne introdotto da Mick Jagger che lesse alcuni versi tratti dal poema Adonais di Percy Bysshe Shelley. Riassunto: la morte è il risveglio dai sogni della vita. Così la memoria mi ha tramandato l’evento e il senso della lettura di Jagger. In realtà i versi letti dal leader del più importante gruppo rock erano e sono, un vero e proprio inno alla morte e se dubbi ancora mi restavano sul vero significato da dare alla cultura giovanile del tempo, i versi declamati da Jagger vestito da greco (sic!) me li hanno definitivamente fugati. La controcultura giovanile del tempo, contigua a quella «politica», era intessuta profondamente dal senso di morte, ricercata e voluta. E se la poesia di Schelley ha un ruolo ben preciso nella sua poetica il fatto che prendesse la via dei concerti rock avrà pure voluto significare qualcosa!
Ecco il testo di Schelley (purtroppo su YouTube il video con Jagger che declama è stato tolto):

Adonais

39.
Peace, peace! he is not dead, he doth not sleep–
He hath awakened from the dream of life–
‘Tis we, who lost in stormy visions, keep _345
With phantoms an unprofitable strife,
And in mad trance, strike with our spirit’s knife
Invulnerable nothings.–WE decay
Like corpses in a charnel; fear and grief
Convulse us and consume us day by day, _350
And cold hopes swarm like worms within our living clay.

….

52.
The One remains, the many change and pass;
Heaven’s light forever shines, Earth’s shadows fly;
Life, like a dome of many-coloured glass,
Stains the white radiance of Eternity,
Until Death tramples it to fragments.–Die,
If thou wouldst be with that which thou dost seek!
Follow where all is fled!

E questa la traduzione tratta dall’edizione delle opere di Schelley pubblicata nella collana Biblioteca della Pléiade di Einaudi a cura di Francesco Rognoni:

Silenzio! egli non è mai morto, egli non dorme –
si è svegliato dal sogno della vita – siamo noi
che, perduti in visioni di tempesta, vanamente
lottiamo con fantasmi, e in folle estasi
colpiamo col pugnale del nostro spirito
invulnerabili cose inesistenti. – Noi ci decomponiamo
come cadaveri sepolti; la paura e il dolore
ci scuotono e consumano, un giorno dopo l’altro,
e gelide speranze come vermi sciamano nella nostra viva argilla.

[…]

L’Uno rimane, i molti cambiano e passano;
i Cieli sempre splendono, le ombre della Terra volano;
la vita, come una cupola di vetro variopinto,
colora e macchia il bianco raggio dell’eterno,
finché la Morte non la manda in pezzi. – Muori,
se vuoi riunirti a quello che tu cerchi! Seguilo
dove fuggì ogni cosa! […]

Suicidio rituale

La morte di Roberta Tatafiore ha provocato una serie di riflessioni, soprattutto sul «Foglio». Mi ha colpito ciò che ha detto Paul Veyne a Marina Valensise [giovedì 16 aprile], ricordandole la liceità del suicidio per taedium vitae. Il taedium, naturalmente, porta con sé una serie di significati molto più estesi di ciò che la comune opinione gli attribuisce, in ogni caso Veyne parla di diritto, libertà e virtù del suicidio classico; diritto, libertà e virtù revocati in uno dalla cultura cattolica.
Lo storico francese ha sempre introdotto nel suo lavoro qualcosa di più di una semplice ricostruzione. Diciamo cha fa filosofia con l’ausilio della storia, il che non è di per sé un male.
C’è un aspetto, però, del suicidio su cui le parole di Veyne non dicono nulla. È quella che definirei la sua radicale dissimmetria nei confronti della vita. La cosa mi appare singolare in quanto proviene da uno storico della classicità, la stessa che non sopportava la dismisura e la rottura delle proporzioni. Se ricevo in dono la vita, e ciò è “purtroppo” inconfutabile giacché nessuno dei viventi riesce ancora a scegliere di per se stesso di venire al mondo, il gesto che pretende di riprendersi questa capacità volgendola al negativo, introduce una sproporzione irrimediabile. Come si fa a compiere e ricapitolare perfettamente una vita che non si è scelta togliendosela? È questo che non riesco a capire.
La versione moderna del suicidio non può essere considerata una risorgenza dell’antico nel cuore del dissidio contemporaneo, soprattutto là dove viene motivata con una rinnovata capacità dell’uomo occidentale di restituire pienezza e libertà proprio dove il predominio della cultura cristiano-cattolica avrebbe negato l’una e l’altra. Il suicidio moderno è la riaffermazione dell’incompiutezza moderna, della frammentarietà insuperabile nel quale l’uomo si è gettato con una voluttuosità pari al dolore che non riesce a sopportare. Il discorso di Paul Veyne è ideologico nel senso più pieno del termine, è un discorso di copertura, che getta il velo della libertà e dell’autodeterminazione su una condizione che la cultura tecnico-scientifica descrive nei termini di un insuperabile determinismo biologico. Se l’unica libertà che resta all’uomo è quella di togliersi di mezzo al momento che si ritiene opportuno non si venga poi a dire che questo restituisce il senso della vita piena e vissuta fino in fondo. Ci si toglie di mezzo e basta e non si realizza alcunché di compiuto e sensato. La virtù suicidaria degli antichi così come li descrive Veyne esigeva che qualcuno, almeno, la celebrasse, ma oggi qualsiasi canto ai sopravvissuti gli si smorza in gola.

In questi giorni

Sento molti pastori della Chiesa usare un argomento che ritengo piuttosto precario quanto a forza persuasiva. È quello della mancanza di senso della vita, di cui la casualità della morte nel caso di catastrofi naturali è un esempio evidente (ma c’è molto di umano nei terremoti italiani quindi questi argomenti devono assumere giocoforza un significato più ampio se non vogliono apparire come una delle tante coperture ideologiche alle mancanze gravi e irresponsabili degli uomini). Molti racconti dal terremoto sembrano tratti dagli ultimi giorni di Pompei sui quali mi ero soffermato qualche tempo fa citando il commento di Cornelio Fabro.
Ebbene, la fede dovrebbe proteggera dal pensiero dell’insensatezza assoluta e irrimediabile della vita. È un argomento spuntato di fronte alla cultura moderna. Essa persegue l’insensatezza come suo obiettivo primario. Da un certo punto in poi (Kant?) l’umanità se vuole fuoriuscire dalla condizione di minorità deve tener ferma la posizione di fronte all’insensato. Lo deve saper accettare; in alcuni casi lo vuole e lo desidera come ultima e suprema messa alla prova del proprio essere adulta. L’umanità emancipata, l’emancipazione in quanto processo, storico essenzialmente, nelle forme attenuate anche graduale e senza strappi (lo si può concedere all’oscurantismo e alla sua forza residua), non aspira a dare un senso alla vita, così che si prospetti una sorta di combattimento tra sensi diversi della vita. Quello che Ricoeur chiamava il conflitto delle interpretazioni; o Weber il politeismo dei valori. Non credo sia più in gioco questa vicenda nell’attuale modernità. Ora si è superato ogni conflitto possibile, in quanto la posizione moderna è la perdita del senso ultimo e penultimo della vita come condizione di fatto dell’uomo. I nostri pastori sbagliano quando credono che questo sia uno spauracchio che possa trattenere l’uomo dall’imboccare la china dell’autodistruzione. La nostra modernità, non so più come chiamare la nostra condizione, post-moderno mi pare ridicolo, vuole l’insensato, è il suo scopo. Vive una specie di pari pascaliano all’incontrario: non contemplando più Dio nell’orizzonte umano rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità; se vinco la scommessa e l’umanità sopravvive all’insensato altri godranno come me di essersi sbarazzati di un dio tappabuchi ridicolo e grottesco; se la perdo e l’umanità scompare nel pulviscolo stellare vinco lo stesso perché ho semplicemente anticipato un esito già scritto nella natura.
Credo sia per questo che il cardinale Martini abbia spesso ritorto sulla fede l’argomento dell’insensato: se la resurrezione non c’è stata la fede è miserabilmente grottesca e farsesca insieme. Ma se la fede risultasse priva di senso non per questo ciò che resta del mondo tornerebbe ad averne uno. È un impasse. Credo.

Francis Scott Fitzgerald a Frances Scott Fitzgerald

Sono contento che tu abbia letto qualcosa sui Sofisti del Ventesimo Secolo. Li incontri ogni giorno. Guardano il loro mondo cadere a pezzi e sanno tutte le risposte, e non ci fanno niente.

F.S. Fitzgerald, L’età del jazz, a cura di E. Wilson, prefazione di E. Zolla, trad. di D. Tarizzo. Titolo originale The crack-up, il Saggiatore, Milano 1966, p. 395.