Patti di sangue

Nella vicenda Eluana Englaro mi ha colpito una tra le tante dichiarazioni del padre. Concludeva affermando che andava rispettato il patto di sangue con sua figlia. Ciò che risuona di inquietante in quelle parole è stato del tutto rimosso dalla discussione pubblica. La sentenza che autorizza la sospensione delle cure accerta, sulla base delle sole parole riferite dal padre circa la volontà della figlia allora sedicenne, il desiderio di Eluana di non sopravvivere in condizioni particolarmente invalidanti, in coerenza con la sua personale visione della vita.
Esigere l’interruzione delle cure fino alla morte, a detta del padre, è parte di un accordo che trasferisce la volontà da un soggetto a un altro che ne porta a compimento gli effetti. Eluana si sarebbe data la morte da se stessa se la sua inabilità non glielo avesse impedito. È a questo punto che interviene il padre donandole la morte.
A me pare evidente la regressione che questo comporta. Il riconoscimento all’interno dello spazio giuridico della validità dei patti di sangue credo sia qualcosa di non molto moderno. Non sono competente in storia del diritto ma credo che l’allargarsi degli spazi giuridici nel corso della storia equivalga a uno svincolarsi più o meno graduale dai patti di sangue di natura familistico-tribale. Sancire, come hanno fatto i giudici, la legittimità di una richiesta di morte espressa attraverso una procura neppure scritta ha, almeno in questo caso, reintrodotto anche la legittimità giuridica dei patti di sangue, vale a dire di legami che escludono la dimensione pubblica della vita e il suo rilievo sociale, consegnandoli a una sorta di viluppo relazionale pre-sociale, fondato su un equivoco ribaltamento del ruolo paterno: io che ti ho dato la vita mi impegno a togliertela se tu lo vuoi perché non sei in grado di farlo.
Un patto di tal genere è effettivamente inedito e ci consegna un’inversione del ruolo paterno tutta da interpretare. Pur non credendo sia una cosa facile da vivere e quindi riconoscendo al padre di Eluana uno strano coraggio, resta per me un comportamento tutto da spiegare e motivare almeno dal punto di vista antropologico.
Se le cose stanno davvero così, non si tratta, come sostiene la stampa, di una scelta motivata da pietas umana troppo umana di fronte alle sofferenze della figlia; né tantomeno, di un cedimento psico-fisico di fronte all’impegno curativo che la condizione della propria figlia esige (questo è infatti svolto dalle suore dove è ospitata), ma di qualcosa di molto diverso su cui riflettere. Un passo oltre verso un dove incognito che ci interroga fortemente e a cui non so ancora dare un nome.